RECENSIONE

 Alla festa della rivoluzione

Artisti e libertari con D'Annunzio a Fiume
Il Mulino - Biblioteca Storica - 2002
di
Claudia Solaris


Innumerevoli sono i libri che nel corso degli anni sono stati pubblicati sull'impresa dannunziana. La figura di D'Annunzio vi ha fatto generalmente la parte del leone accentrando su di sè sia intenti apologetici che denigratori anche se non sono mancati saggi che ne hanno messo in luce gli aspetti politici, militari, sociali o hanno focalizzato la loro attenzione su singoli personaggi di spicco che a tale impresa parteciparono. Mancava però sino ad oggi un'analisi complessiva di tale avvenimento dal punto di vista delle istanze culturali.

Il libro di Claudia Salaris colma questo vuoto e lo fa con un'ipotesi di fondo che, a prima vista, potrebbe sembrare azzardata: la Fiume di D'Annunzio, quale crogiolo di tutti i moti rivoluzionari, quasi antesignana del maggio parigino, una grande festa della rivoluzione in cui tutte le innumeravoli istanze di rinnovamento, tutti i ribelli, gli sbandati della I guerra mondiale, gli esagitati, coloro che non volevano rientrare nei ranghi del mondo borghese, trovarono il modo di esprimersi e di elaborare nuovi schemi sociali in cui l'arte non era più un orpello ornamentale ma il motore di tutte le istanze con il Vate come demiurgo.

Nel libro vediamo come si radunano a Fiume personalità di spicco quali Léon Kochnitzky, Henry Furst, Ludovico Toeplitz, Guido Keller tutti elementi di quell'internazionale anticonformista che svolgeranno un'intensa attività a Fiume contrapponendosi all'altro versante dell'impresa fiumana quello nazionalista, monarchico e conservatore. In questo ambiente nasce l'idea dell'Anti Société des Nations, che doveva fare di Fiume quasi un faro di libertà delle nazioni oppresse, delle nazioni povere contro quelle ricche con sloogan molto simile a quelli attuali dei no-global.

La Solaris ci mostra come da subito l'impresa fiumana raccoglie scrittori come Giovanni Comisso che, insieme a Guido Keller, fonderà l'associazione di "Spiriti liberi" Yoga che si darà la finalità non piccola di ingenerare un rinnovamento morale e politico scardinando le convinzioni borghesi utilizzando l'arma dell'ironia e della burla. Famosa è restata l'impresa aviatoria del Keller che lancerà su Montecitorio ... un pitale.

Da questo gruppo di artisti-ribelli nasce il progetto di fare di Fiume la "Città di vita"; una città di artisti, esteti, in cui regni l'anarchia ribelle dell'arte contro il piattume conservatore della conservazione borghese. Una città da festa continua in cui inscenare grandi giochi in costume come il Castello d'amore.

Di artisti e di avventurieri la Fiume di quel tempo era piena e la sua atmosfera era tale da attirali come una lampada le falene. Ecco quindi giungere a Fiume il poeta magiaro e perseguitato politico Andor Garvay; lo scrittore pugliese, sodale di Apollinare, Ricciotto Canudo; elementi di sinistra al limite del bolscevismo come Mario Carli, futurista e fondatore del giornale "La testa di ferro"  in cui teorizza la collaborazione tra "futuristi, arditi, fascisti, combattenti ecc. e i partiti cosiddetti d'avanguardia: socialisti ufficiali, riformisti sindacalisti, repubblicani" con affermazioni del genere "noi siamo libertari quanto gli anarchici, democratici quanto i socialisti, repubblicani quanto i republicani più accesi (...), non abbiamo nulla a che fare con i nazionalisti reazionari, codini, clericali".

Tutti questi movimenti anarchici-rivoluzionari trovavano sponda proprio nel Vate il quale ebbe modo di dire frasi che sembrano uscite dalla bocca del Che: "... io sono per il comunismo senza dittatura (...) E' mia intenzione di fare di questa città un'isola spirituale dalla quale irradiare un'azione, eminentemente comunista, verso tutte le nazioni oppresse". Questa clima veniva avvertito anche da Lenin che arrivò a dire durante il congresso della III Internazionale "In Italia c'è un rivoluzionario solo: Gabriele d'Annunzio".

Del resto a fianco del Vate operava il sindacalista socialista De Ambris che tanto contribuì alla redazione di quella Carta del Carnaro che per prima riconosceva il voto alle donne, con la proclamazione della "sovranità di tutti i cittadini senza divario di sesso, di stirpe, di lingua, di classe, di religione"  ed in cui si dice che "Unico titolo legittimo di dominio su qualsiasi mezzo di produzione e di scambio è il lavoro"  e che "il lavoro anche il piú umile, anche il piú oscuro, se sia bene eseguito, tende alla bellezza e orna il mondo" oltre al riconoscimento dei diritti delle minoranza: "In tutte le scuole di tutti i Comuni l'insegnamento della lingua italiana ha privilegio insigne. Nelle Scuole medie è obbligatorio l'insegnamento dei diversi idiomi parlati in tutta la Reggenza italiana del Carnaro. L'insegnamento primario è dato nella lingua parlata dalla maggioranza degli abitanti di ciascun Comune e nella lingua parlata dalla minoranza in corsi paralleli" con la proclamazione del bello e con affermazioni che ancor oggi hanno una forza rivoluzionaria: "Nella Reggenza italiana del Carnaro la Musica è una istituzione religiosa e sociale".

Insomma chi ha la fortuna di leggere questo bel libro ha il modo di conoscere l'altra faccia dell'impresa dannunziana, troppo a lungo oscurata dalla taccia d'essere il prodromo del fascismo a cui indubbiamento il Vate fornì sloogan e tipologie, come il colloquio diretto tra Duce e folla, ma in cui come dice l'autrice vi era di tutto e di più "dal libero amore all'emancipazione femminile, dalla circolazione delle droghe all'ipotesi dell'abolizione delle carceri e del denaro, ma anche la critica della politica ufficiale e la ricerca di forme d'economia non condizionata dal profitto, la salvaguardia del lavoro (fino al diritto a un minimo di salario) e inoltre l'opposizione alle grandi potenze imperialistiche, la difesa degli oppressi, popoli, classi, individui, delle diversità e delle sacche di resistenza contro l'ordine mondiale".

Un libro da consigliare a tutti coloro che da destra e da sinistra hanno vissuto troppo a lungo con una visione schematica di quella lontana avventura che pur con tutte le sue contraddizioni seppe conservare Fiume all'Italia e dare un messaggio ricco di grandi fermenti che, se fossero stati recepiti, avrebbe evitato all'Italia una guerra disastrosa e alla nostra gente la dispersione dell'esodo.

 Gianclaudio de Angelini

 
Rivista FIUME: Anno XXIII N.7 (SNS) gennaio-giugno 2003  Pag.120

 

 
 
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