Avv. dott. Antonio Angelini fu Angelo 1734-1808 
      Giureconsulto, magistrato, letterato e politico fu una figura di spicco che servì ad illustrazione della sua piccola patria. Si laureò all'Università di Padova con il dottorato in utroque iure il 4/5/1756 . Compose in latino la canzone spirituale "Verbum Caro", edita a Venezia, nel 1780, dall'editore Marcuzzi, che ancora nell'ottocento veniva cantata dal popolo di Rovigno, come era d'uso, nelle riunioni che si facevano in casa, da Natale sino all'Epifania. 

Compose inoltre il Libro extraordinario dei Battuti, dato che ne fu dal 1779 il XX Moderatore, cioè capo della Confraternita delle Sacre Stimmate detta per l'appunto dei Battuti. (La Confraternita o Scuola Laica delle Sante Stimmate di San Francesco, fondata nel 1612, nel 1777 assorbì quella assai più antica di San Tomaso, fondata nel 1388 e quindi è la seconda Confraternita di Rovigno in ordine di tempo).

Fu l'iniziatore delle Effemeridi Ristrette di Rovigno - (552-1903) che furono "Principiate da Ant.o Angelini fu Angelo - morto 25.1.1808; continuate dal di lui figlio Angelo - Sacerdote; indi da Ant.o Angelini fu Stefano - morto 1863; poscia da Pietro Angelini fu Dr. Giacomo, che aumentò di molto quelle scritte da Antonio Angelini fu Stefano" recentamente edite (dicembre 2006) a cura di Antonio Pauletich.


Dal 1762 al 1765 fu uno dei maggiori esponenti della Accademia degli Intraprendenti che radunava il fior fiore dell'intellighenzia rovignese. L'Accademia posta sotto la protezione di S. Pietro Orseolo, teneva le sue riunioni nella sala dell'Oratorio, ma nonostante la protezione del santo, ebbe vita assai breve, circa tre anni. Tra gli Accademici figuravano anche il can. don Rocco Angelini e don Giacomo Angelini. 

Il Nostro fu autore prolifico anche in italiano, infatti compose le "Notizie storiche di Rovigno in ordine cronologico dal 1400 al 1797", opera che inizia significativamente con il ritorno delle spoglie di S. Eufemia e termina con la caduta della Repubblica di Venezia, da lui poi sempre rimpianta. Si tratta di una cronaca ripartita in XXVII fascicoli manoscritti per complessive 1.004 pagine, opera che si spera in un prossimo futuro il Centro di Ricerche Storiche di Rovigno pubblicherà come ha gia fatto meritoriamente per altri manoscritti degli Angelini. Altra sua notevole opera è la raccolta in sei volumi manoscritti, per 1.546 pagine, delle "Terminazioni, Ducali, lettere ecc", opera che a partire dal 1500 riporta gli atti del governo di Rovigno al tempo della Serenissima Repubblica di S. Marco, illustrate da sue note a margine, che resta fondamentale per la notevole messe d'informazioni che fornisce sulla storia della città nel periodo veneto.

Nella "Biografia degli uomini distinti dell'Istria" del can. Pietro Stancovich, figura alla voce 251 del Tomo secondo dell'Edizione del 1829, annoverato tra i letterati:

     251. ANGELINI Antonio da Rovigno, ameno cultore delle muse, e dotto giureconsulto, univa all'integrità della vita la pietà religiosa,
 ed in patria godeva una riputazione onorevole e generale, avendo sostenuto peranco delle magistrature. Vi esiste di esso una doviziosa
  collezione ms. di cose patrie, che pregio dell'opera sarebbe ridurla a regolarità, e renderla di pubblico diritto. Varie composizioni poetiche
  esso pubblicò volanti, od inserite in raccolte del momento, e colle stampe del Manuzzi in Venezia nel 1780 una canzone spirituale intitolata
  Verbum caro, corredata di annotazioni, la quale si canta piamente da quel popolo anche al giorno d'oggi, e se ne rammenta la memoria
  dell'autore, che in patria terminò i suoi giorni nel 1808.
Fu uno dei Sindaci del Popolo in carica nell'anno 1771, insieme al conte Giuseppe Califfi, quando fu loro concesso l'onore di tenere come Padrini al Fonte il figlio dell'allora Podestà veneto Zorzi Barozzi. Tale fatto era così straordinario, dato che solitamente l'onorifica incombenza era assunta dal Corpo dei Cittadini, o dei Nobili di Rovigno, che si volle tramandare ai posteri l'avvenimento addirittura con un Atto Notarile. La carica di Sindaco del Popolo, fu istituita nel 1683 dal Senato Veneto, su richiesta del popolo di Rovigno, il quale accanto al più accomodante Consiglio, reclamava il diritto di eleggere due Procuratori o Sindici del popolo per un controllo amministrativo degli atti. Eletti dal popolo, questi veri e propri Tribuni, avevano il diritto di partecipare al Consiglio dei Cittadini, ed a qualunque altra assemblea comunale, onde poter vigilare che i diritti del popolo stesso non venissero conculcati dai "Cittadini". La qual cosa non piacque per niente ai Nobili di Rovigno che con supplica del 7 marzo 1684 ne chiedevano la abolizione. Dopo molti contrasti, il 7 luglio 1756, fu dalle autorità venete, definitivamente deciso in favore del popolo, il quale festeggiò solennemente la vittoria così riportata. Il tutto rientrava nelle contese che si combattevano tra il Corpo dei Cittadini, iscritto nel Libro d'Oro dei Nobili della città, ed i maggiorenti del popolo, che mal tolleravano di venire esclusi dal governo della cosa pubblica, tale sietuazione però, seppure con dei piccoli palliativi onorifici concessi ai Sindaci del Popolo, rimase per tutto il periodo veneto. Il protocollo notarile è uno stupendo spaccato della vita della Rovigno sul finire del settecento.

In qualità di XX Moderatore dell'Arciconfraternita, delle Sacre Stimmate, fece rinnovare l'anno 1779, nel Duomo di Rovigno, l'altare della cappella di San Francesco di Assisi. Opera, in un bel rosso di Francia, di Giovanni Mattiuzzi di Udine, noto altarista.
Oltre che capo della Confraternita di S. Francesco, fu anche Gastaldo della Chiesetta della Madonna della Pietà, sita nell'omonimo campiello di Pian della Madonna. In quella veste l'anno 1788 fece erigere il nuovo altare in pietra d'Orsera, opera di Giuseppe Matiuzzi di Udine, impreziosito da due belle colonne di Porto e recante la seguente iscrizione:
ANT. ANGELINIO
  ANG. F. FERT GAST.
1788
Ebbe inoltre l'incarico, sul finire della Repubblica veneta, di emendare ed aggiornare lo statuto di Rovigno che risaliva al lontano 1531. Cosa che fece con la sua solita diligenza, infinita pazienza ed amorevole cura. Ormai però la lunga vita dell'ex-Dominante volgeva al termine e così la sua fatica non ebbe la fortuna che meritava, anche perchè a questo punto la costituzione non richiedeva solamente dei semplici ritocchi, ma quel radicale cambiamento richiesto dal drastico mutare della storia. 

Alla caduta dell'antica repubblica di Venezia, il 12 maggio 1797, con l'auto esautoramento del Doge Ludovico Manin e della veneta nobiltà, anche Rovigno, ad imitazione dell'ex-Dominante, procedette alla costituzione di un governo provvisorio municipale, che ponesse fine alla gazzarra di popolo seguita alla caduta del vecchio regime. Per cui venne armata una sorta di guardia nazionale a tutela dell'ordine, e si procedette all'elezione di un governo provvisorio. Cosa che avvenne l'undici giugno nel duomo di Rovigno, dove i capifamiglia in numero di 1.016, a scrutinio segreto elessero i diciotto rappresentanti che dovevano costituire la municipalità e le altre cariche per il governo della giustizia e dell'ordine pubblico. In un memoriale redatto da uno dei Sindici eletti allora dal Popolo, il proto Rocco Sbisà, gli avvenimenti sono così descritti: "... li 4 Giugno 1797, giorno fatale in cui fu piantato in mezzo della piazza l'Albero della sì detta libertà ed eguaglianza, e tosto al concorso del popolo di genio democratico sedutore con feste e canti fu abbruciato il suddetto Corno con il libro d'oro, nonchè le Temi Venete. A tal sì lugubre notizia li Capi rappresentanti il Popolo di Rovigno come Sindaco dalla Nazione il Proto Rocco Sbisà de Bastian si portò a Venezia per riottenere dal Comitato di Salute di quella municipalità il poter fratellizzarsi cola ex dominante, che dietro a questo li 11 giugno 1797 fu fatto universal Consiglio in questo Duomo dei Capi di famiglia al n.o 1016. intervenendo a questo il nostro R.mo Cap.to e Clero, fu presa parte con pieni voti per stabilire il Governo democratico, avendo eletti N.o 18 individui rappresentanti la Nazione:gdea

   Il nostro Preposito Beroaldi
      il sig.r Giuseppe Nattori
      "    "   Mattio Brunelli
      "    "   Francesco Biondi
      "    "   D.r Gaetano Borghi
      "    "   Zanetto Conte Califfi
      "    "   Antonio Angelini
      "    "   Ca.ptn Zuanne Costantini
      "    "   Angelo Venerandi
      "    "   D.r Biancini
      "    "   Martin Blessich
      "    "   Francesco da Pas
      "    "   Nicolò Godena
      "    "   Domenico Basilisco
      "    "   Mattio Cherin
      "    "   Carlo Basilisco qm. Basilisco  (*)
gdea  gdea
In mano dei quali si giurò sul libro degli Evangeli l'osservanza del Governo democratico" e come riporta il Benussi "di difendere la Religione cattolica, di esercitare la giustizia con la santa base dell'eguaglianza, e di procurare ogni bene alla patria". Analogo giuramento, a cui fu aggiunto quello di rispettare e di eseguire le disposizioni e leggi che verrebbero emanate dai Rappresentanti del popolo, fu fatto da tutti i capi famiglia, la cerimonia si concluse con lo scambio di un bacio fraterno e le parole "fratello, il Signore ci conservi in santa pace. Cantato il Te Deum i Municipalisti uscirono di chiesa preceduti dalla banda e dagli armati e seguiti da tutta la radunanza del popolo tra gli evviva generali, per recarsi all'ex palazzo pretorio, ora chiamato Palazzo nazionale, il tutto tra notevole baldoria di popolo con festeggiamenti sinora mai visti."

Nella prima seduta della nuova Municipalità tenutasi nell'ex palazzo Pretorio il 12 giugno vennero eletti il Presidente, nella persona di Francesco Da Pas; il Vice-Presidente, signor Gaetano Borghi ed il segretario Giuseppe (Iseppo) Angelini. Gli eletti, come distintivo della loro carica portavano una fascia tricolore, bianco-rosso-verde, che dal 7 gennaio 1797 il Congresso Cispadano aveva decretato essere i colori della bandiera nazionale. Fu stabilito inoltre il ribasso del prezzo del frumento venduto dal Fondaco, di 6 soldi per quartarolo, cioè lire 30,8 lo staio, la riduzione della metà del prezzo del tabacco, la riduzione del prezzo della carne e la libera introduzione a Rovigno "d'ogni e qualunque sorte di generi e viveri senza pagare regalie e senza aggravi di sorte alcuna". In pari tempo fu stabilito di inviare due Delegati alla ex Dominante per rinsaldare i legami col nuovo governo di Venezia. Venne licenziato l'ex Podestà veneto Lorenzo Balbi e gli fu apprestata apposita imbarcazione per ricondurlo a Venezia. Il Governo Municipale già il 14 giugno vide l'arrivo del Corpo d'occupazione austriaco, forte di oltre 500 uomini di fanteria e 100 di cavalleria, comandato dal maggior generale conte Giovanni Klenau a porre fine ad ogni velleità di governo popolare. Il passaggio fu incruento, anche se non mancarono gli assertori della difesa ad oltranza, perchè la Radunanza molto più saggiamente decise di non opporre resistenza, vista anche l'esiguità degli armamenti ed anzi la Municipalità di Rovigno andò incontro agli austriaci "con sciarpe e coccarde tricolori, e gli evviva di una massa di popolo... Quando però essa fu riconfermata nelle sue funzioni, i rovignesi principiarono a mostrarsi più compiacenti, e sciarpe e coccarde disparvero". (da un rapporto del ten. maresciallo conte Hadik, Lubiana 19 giugno 1797). Così, dismessa la coccarda tricolore, si passò ai più innocui "blu e naranzon" colori dell'Istria.

Mentre il 18 giugno partì per Capodistria una delegazione composta dal dott. Borghi e dal cap. Facchinetti latrice di un Memoriale, redatto dal segretario della Municipalità Giuseppe Angelini, con le richieste e le aspettative della città al nuovo Governo del conte Raimondo di Thurn. Il 24 giugno la Municipalità stabilì di dividersi nelle tre seguenti magistrature: 1. Magistrato civile e criminale, composto da tre membri; 2. Magistrato di pubblica economia, composto da cinque membri; 3. Magistrato di Sanità, composto di 3 membri a cui spettava anche funzioni di polizia. Il 5 luglio giunse a Rovigno il Supremo capitano delle Contea di Gorizia e Gradisca, neo nominato da Francesco II, Casareo Regio Commissario plenipotenziario per l'Istria, la Dalmazia e l'Albania, conte Raimondo della Torre, che si firmava e si faceva chiamare alla tedesca conte di Thurn, il quale dopo una seduta confidenziale fece leggere il 7 luglio al popolo radunato il decreto organizzativo che confermava la divisione della Municipalità in tre Magistrature chiamate però la prima Politica ed Economica, la seconda Civile e Criminale e la terza alla Sanità e che sostituiva Giuseppe Angelini, magistrato alla Sanità, con Francesco Benussi.
Il governo era così ripartito: Al Politico il Sig Francesco Biondo come Direttore, il Cap. Giovanni Costantini ed il Cap. Domenico Facchinetti quali Aggiunti ed il Sig. Martino Blessich Cassiere; al Civile e Criminale i Signori Antonio Angelini, Cap. Francesco Beroaldo e dr. Gaetano Borghi; alla Sanità il dr. Pier Antonio Biancini, Carlo Basilisco e Francesco Benussi. funzioni dell'ex Podestà veneto vennero assunte da un Direttore Politico-economico e da due Aggiunti, mentre l'amministrazione politica che al tempo veneto veniva attribuita ai Giudici, Sindici ed al Consiglio dei Cittadini (nobili), venne assegnata all'esistente Magistrato civico dei diciotto, sotto la presidenza però del Direttore Politico, il quale per l'appunto subentrava alle funzioni tenute dal Podestà veneto, il rovignese filo austriaco sig. Biondo.

Il 19 luglio venne issato per la prima volta a Rovigno il vessillo austriaco che già la domenica successiva subì un abortito tentativo di venire disalberato da un popolano. Mentre la sera stessa scoppiò in un'osteria tra rovignesi e soldati del presidio una violenta rissa a testimonianza che il passaggio sotto l'Austria non fu da tutti accolto nel migliore dei modi, restando nei cuori dei più l'amata repubblica di Venezia. Il 5 marzo del 1802 giunse in visita a Rovigno il plenipotenziario austriaco il barone Fracesco Maria di Carnea Steffaneo. Uomo di idee conservatrici, mal tollerando la sopravvivenza a Rovigno di un governo democraticamente eletto, rimise in vigore l'antico ex-Consiglio, il quale rientrava nei diritti, proprietà e costituzione godute al tempo della Repubblica di Venezia; al Consiglio però ognuna delle vecchie famiglie Cittadine non poteva dare più di un membro, ai quali inoltre furono aggregati i componenti del precedente Governo, detto dei Diciotto, (14 dei quali erano di famiglia popolare, tra cui il Nostro). Da questo Consiglio, detto Consiglio Maggiore, scelse una Consulta o Deputazione composta da 24 membri, a cui attribuì l'amministrazione della città, la presidenza però tanto del Consiglio maggiore che della Consulta, spettava al Direttore Politico. A capo della città veniva inoltre posta una Deputazione sindacale, formata da tre Sindici eletti mediante ballottaggio dal Consiglio Maggiore, dietro proposta della consulta, due tra gli aggregati al Consiglio stesso ed uno in rappresentanza del popolo, con la regola che ogni anno ne doveva uscire uno, tra quelli che avevano avuto meno voti. Per cui si formò un nuovo Corpo dei Cittadini o nobili di Rovigno a cui per la prima volta fu aggregata anche la famiglia Angelini. Dalla relazione del Consigliere di Stato Bargnani del 17 ottobre 1806, Antonio Angelini risultava in credito 6 mesi di stipendio per lire 1.013, essendo uno dei due assessori del Tribunale di 1° istanza di Rovigno, dal novenbre 1805 a tutto aprile 1806.

Tomaso Caenazzo (1881-1962) nella sua opera "Cinque secoli di dominazione veneta a Rovigno" dedica questi brevi cenni al Nostro: "...il 12 gennaio 1762 nasceva l'Accademia degli Intraprendenti che teneva riunioni nella sala dell'oratorio e raccoglieva i migliori intelletti: letterati, giureconsulti, canonici, e sacerdoti distinti per vari meriti. Annoverava tra i suoi membri l'Avvocato Antonio Angelini che ci ha lasciato nel suo "Libro extraordinario dei Battuti", un raggio della sua musa latina. Sincero credente e valido umanista, visse nel mito della bellezza lirica d'un Pontano, e d'un Sannazzaro e morì amareggiato dagli eccessi rivoluzionari di Francia. A differenza di Emanuele Kant non immaginò che la rivoluzione avrebbe lasciato un segno indelebile nella storia dell'umanità. Egli fu l'ultimo esemplare di veneziano incorrotto da tempo scomparso, novello Catone che consumava vita e vista a lume della lampada fiorentina e con fedele penna d'oca illustrava ai posteri la sua piccola "Patria". Trascinati dalle nuove passioni ideologiche i posteri lo conobbero assai poco e lo giudicarono alla stregua di un conservatore da museo da ricordarsi solo nel nome... nel 1796 il popolo resisteva alle cernide, l'anno dopo partiva senza fasto l'ultimo podestà veneto, Lorenzo Balbi, mentre si scatenava la gazzarra popolare. Il solo Angelini rimpiangeva la fine del "Bellissimo governo aristocratico... il caotico rivolgimento alla caduta della repubblica veneta lasciò quasi indifferenti quanti ci trasmisero spunti di cronaca; vien riportato solo il lamento dell'Angelini: «  O cambiamenti, o vicende! in breve periodo quattro governi: aristocratico, anarchico, democratico, monarchico ».... declinando il regime veneto si volle aggiornare lo statuto del 1531, unica colonna del diritto locale non ancora abbattuta, rischiava d'essere del tutto travolta dalle nuove costumanze di abitudinario abuso e che doveva essere sottoposto a revisione; ne assunse l'incarico il giureconsulto Antonio Angelini, che conciliando due codici completò il nuovo progetto con quanto gli sembrò richiesto dai nuovi tempi e dall'avvenuta variazione dell'ambiente. Ma il nuovo testo non ebbe fortuna; urgevano idee radicali, volte piuttosto ad abbattere che costruire. Della certosina pazienza del compilatore si riparlerà appena nel 1813, quando un nuovo ordine avrà calmato la bufera...".

Morì il 25 gennaio del 1808 a settantaquattro anni, fu sepolto nel Duomo di Rovigno nella Cappella di S. Francesco d'Assisi, ove vi sono quattro arche sepolcrali della Scuola del detto Santo, di cui per molto tempo fu a capo della Confraternita, due con iscrizioni e due senza. In una delle due senza iscrizione è sepolto il Nostro visto che come scrive il nipote Antonio Angelini fu Stefano "Il sig. Matteo Cherini del fu Francesco aveva preparata la seguente iscrizione da scolpirsi sulla lapide. Ignoro quali circostanze ne impedirono l'esecuzione":

Antonio Angelini
Confraternitatis Sacrarum Stigmatum
XX Moderatori
Clarissimis Maximarum Virtutum Insignibus
Seraficam Sodalitatem
Decoranti
Pro Fuenda In Societate Optata Concordia
Expensis Ad Minimum Gloriose Redantis
Laborem Hunc
  Infinitae Pignus Observantiae Quam Beneficantissimo Viro 
S. Francisci Observantissima Congregatio
Profiteur.
Mattaeus Cherini Oeconomus Emeritus
Ejud. Congragat. Humillime Consecrat.

NOTE

(*) lo Sbisà dimentica due nomi, uno dei quali, è quello di Giuseppe Angelini, che sarà poi anche Segretario della Municipalità e quello del cap. FacchinettiGdeA
gdea
 
Angelus Domini nunciavit Mariae
Profezia d'Isaia
Sonetto: Illustri Fabbri

 

 
avv. Antonio Angelini qm Angelo 1734-1809
dott Giuseppe Angelini qm Giacomo 1762-1838
avv. Stefano Angelini qm Antonio 1768-1838
dott. Giacomo Angelini qm Giuseppe 1789-1858
Antonio Angelini qm Stefano 1798-1863
Pietro Angelini qm. Giacomo 1819-1903 ~



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