Roma 19 dicembre 2003

GdeA

Relazione
di
Gianclaudio de Angelini
"Padre Flaminio Rocchi
Una vita per gli Esuli"
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In Atti del Convegno di Studi
Il Villaggio Giuliano-Dalmata di Roma
 Cronaca e Storia di Uomini e Fatti (1947-2003) 
GdeA
Parlare di un personaggio che ha attraversato tutta la storia dell'esodo, e che per gli esuli giuliano-dalmati ha speso tutta la vita sino all'ultimo respiro, non è una cosa facile e non è facile parlarne qui nel Quartiere Giuliano-Dalmata di Roma che è ancora ricco della sua presenza, in cui tante persone lo hanno conosciuto e ognuno ne serba gelosamente un ricordo personale.

Cercherò però di tracciarne un breve profilo conscio di rendere soltanto una pallida ombra della sua complessa figura di uomo, di studioso e di frate.

Flaminio nacque nel lontano 3 luglio del 1913 in una piccola e deliziosa cittadina dell'Isola di Lussino, Neresine, abitata da agricoltori ma soprattutto da gente di mare: pescatori e navigatori sull'onda della lunga tradizione marinara del Quarnero. E' interessante notare che,  con un pizzico di civetteria, lui stesso in una intervista aveva detto: «Io sono nato a Lussinpiccolo, provincia di Pola, diocesi di Zara: una bellissima isola del Quarnaro, dove villeggiavano gli arciduchi d'Austria».

La famiglia Socolich, il cui cognome venne poi italianizzato in Rocchi, era  una famiglia numerosa dai sani principi religiosi che non ostacolò la sua precoce vocazione: a soli 12 anni entrò in seminario e nel 1937 a 24 anni venne ordinato sacerdote. Si perfezionò quindi negli studi di storia e sociologia all'Università Cattolica di Lovanio in Belgio e dal 1940 all'Università di Bologna in cui completò gli studi di lettere e filosofia.

Nel 1943, appena terminati gli studi superiori, con l'entusiamo della gioventù, si arruolò volontario come cappellano militare, compito che lui assolse con dedizione dapprima nell'isola della Gorgona e poi in Corsica, quasi un destino segnato per un isolano come lui. Alla fine della  guerra, dopo sei anni di lontananza, cercò di tornare a Lussinpiccolo dalla sua famiglia, si era nel '46, ma il precipitare degli eventi glielo impedì e questo per lui fu un duro colpo. Il Nostro quindi non visse in prima persona nè l'occupazione comunista nè il dramma dell'esodo, anche se tutta la sua famiglia ne fu duramente colpita.

La sua forte fede religiosa, i suoi studi, le sue origini, l'entusiasmo ed il suo amore per il prossimo... insomma tutte le sue caratteristiche umane lo segnalarono agli occhi di Padre Alfonso Orlini esule da Cherso e primo presidente dell'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, che l'incaricò di interessarsi alle problematiche dei profughi giuliano-dalmati, conducendo da Trieste (per ben 20 anni) una trasmissione radiofonica a loro dedicata: continuava il suo ruolo di Cappellano non più di un reparto militare ma del popolo giuliano-dalmata scampato all'occupazione titina.

Il 18 settembre 1947 lo troviamo a Roma quando l'On. Pecorari, Presidente del Comitato Nazionale per la Venezia Giulia e Zara, alla presenza dei prefetti Ciampani e Saporiti e di alcuni funzionari del Comitato Nazionale consegnò a dodici famiglie giuliane i primi appartamenti che costitueranno il nucleo di quello che verrà chiamato il  "Villaggio Giuliano-Dalmato" di Roma. In questo primo passo Padre Rocchi sarà colui che impartirà la benedizione alle nuove case quasi ad officiare l'atto di battesimo del nostro attuale Quartiere.

A Roma, oltre a osservare l'obbligo che l'ufficio religioso e l'appartenenza ai francescani dell'Ordine dei Frati Minori comportava, diresse dal 1947  il Collegio "Figli dei Profughi" che aveva trovato sede nel grande palazzo amministrativo dell'E.V.R ospitando oltre 200 bambine; nel 1949, assunse l'incarico di direttore dell'Ufficio Assistenza dell'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia.

In questa veste ufficiale si prodigò nell'assistenza agli esuli che l'Italia del dopoguerra accoglieva in oltre 100 campi profughi sparsi in tutta Italia per lo più in ex caserme, in vecchie fabbriche abbandonate, in ex fortezze borboniche ma comunque tutti situati in strutture insane e fatiscenti. Oltre a dare la sua parola di conforto e ad assistere materialmente i profughi padre Rocchi iniziò a battersi affinché il Parlamento italiano varasse dei provvedimenti legislativi per ridare un  lavoro, una casa, ed un futuro dignitoso, a coloro che per l'Italia avevano tutto sacrificato. Iniziò quindi ad interessarsi della complessa problematica dei così detti "beni abbandonati" ovvero delle case che istriani, fiumani e dalmati avevano abbandonato con la morte nel cuore sotto la pressione titina.

Quasi fino all'ultimo Padre Rocchi è stato un autorevole membro della Commissione Interministeriale per i danni di guerra e i beni abbandonati: nel suo intervento del 2 agosto 1994 all'Audizione promossa dall'allora Presidente della Commissione Esteri della Camera, on. Mirko Tremaglia, Padre Rocchi incentrava il suo intervento in tre punti: 1. rinegoziazione dell'accordo di Osimo; 2. accettazione di Slovenia e Croazia delle leggi europee per la quale cittadini di altri stati possono possedere beni nei loro territori. Rivalutazione del coefficiente d'indennizzo e prolungamento dei termini per la libera disponibilità dei "beni abbandonati"; 3. aiuti alla minoranza italiana con l'esclusione di chi ha avuto parte attiva nelle persecuzioni contro gli italiani.

Nonostante le sue molteplici incombenze e gli importanti incarichi assunti, padre Rocchi non mancò mai di dare la sua costante presenza nel nostro quartiere offrendo la sua affabile disponibilità, la sua arguzia e la sua parola di conforto ai circa 2000 profughi che trovarono una degna sistemazione nel Quartiere Giuliano Dalmata di Roma per merito dell'Opera, affiancando inoltre dalla fondazione, avvenuta nel 1955, Suor Ambrosina nell'assistenza religiosa delle fanciulle giuliano-dalmate della Casa della Bambina, importante struttura sorta soprattutto per merito dei grandi benefattori Marcella ed Oscar Sinigaglia, educandole nell'amore delle terre d'origine e nella fede cristiana.

Lunga sarebbe la lista delle cariche ricoperte da Padre Rocchi, vorrei però qui ricordare che fu a lungo membro dell'Associazione per i Problemi dei Rifugiati - A.W.R. (Association World Refugees) con sede in Liechtenstein, organo consultivo dell'ONU, del cui Comitato di Cultura fu inoltre presidente. In questa veste pubblicò vari contributi tra cui mi piace segnalare il suo approfondito studio su "I rifugiati e la religione", pubblicato in occasasione della 18° assembea generale dell'A.W.R tenutasi dal 3 al 7 settembre del 1968 a Zurigo, in cui traccia un quadro generale della persecuzione religiosa nei paesi dell'est.

In un articolo del 10 dicembre 1984 apparso sulla Difesa Adriatica aveva preannunciato la sua volontà di creare una Fondazione Giuliana, Fiumana, Dalmata "Un precedente nostro tentativo di 20 anni fa non ha avuto esito. Ritengo che oggi esistano tutte le premesse per ripeterlo con esito favorevole. Cacciati dalle nostre terre, vogliamo fondare a Roma una piccola ma dignitosa "Venezia Giulia e Dalmazia" che sarà proprietà di tutti, che ospiterà una biblioteca, una sala di lettura, gli uffici e l'archivio (55 mila fascicoli con la storia di tutte le nosatre famiglie) dell'associazione e del suo giornale (....), che sarà aperto agli incontri dei giuliani, fiumani e dalmati residenti nella capitale e a tutti coloro che per varie ragioni drevono venire a Roma e specialmente ai giovani ai quali dobbiamo affidare la sopravvivenza dei nostri ideali". Nel novembre del 1990 sembrò avverare il suo sogno con la costituzione dell'Associazione per la Fondazione "P. Flaminio Rocchi - Venezia Giulia e Dalmazia" con sede in Roma in via Leopoldo Serra, che voleva essere il coronamento delle sue attività ed il suo lascito alle future generazioni.

Moltissimi furono i suoi studi, gli articoli le conferenze dedicate ai problemi degli esuli ma soprattutto fu costante il suo fattivo impegno: innumerevoli le proposte di legge da lui promosse in loro favore. Nel 1994 ad esempio era riuscito ad ottenere l'aumento dei coefficienti di valutazione degli immobili lasciati dagli italiani nella Venezia Giulia occupata. Il frutto di questa indefessa attività fu da lui stesso condensato nel 2002 nel "Manuale Legislativo dei profughi istriani, fiumani e dalmati", che sarà quasi il suo testamento spirituale oltre che uno strumento utilissimo per ricostruire la storia dei provvedimenti legislativi legati all'annosa questione dei beni abbandonati.

Ma l'opera che legherà per sempre il nome di padre Flaminio Rocchi alla diaspora giuliana sarà il suo fondamentale libro "L'esodo dei 350.000  istriani, fiumani e dalmati", che avrà ben quattro edizioni a partire da quella lontana del 1971 all'ultima del 1998.

Quest'opera dal taglio originalissimo sarà la prima a tracciare un quadro generale dei tristi avvenimenti che portarono il popolo giuliano-dalmata all'esodo; a narrarne le persecuzioni, le deportazioni e le terribili esecuzioni sommarie, praticate con l'orrendo metodo dell'infoibamento; fornendo un quadro storico in cui collocare quegli avvenimenti e tracciando con tocco amorevole un profilo delle terre perdute città per città, borgo per borgo. A corredare l'opera  un'ampia cronologia degli avvenimenti dal 1941 al 1997.

E' bene sottolineare che padre Flaminio Rocchi scrisse il libro non per rinfocolare l'odio tra italiani e slavi, cosa per lui innaturale, ma come atto di doverosa pietà verso le vittime innocenti: "Io non vado in cerca dei mandanti o dei killer, questo lo faccia la magistratura. Però non smetterò mai di esigere che venga riconosciuta l'innocenza delle vittime".

Anche questo umano atto di pietà nell'Italia del dopoguerra ci fu negato e solamente in questi ultimi anni la cappa di silenzio sulla tragedia dell'esodo si sta finalmente diradando, la triste pagina delle foibe incomincia a diventare patrimonio della memoria storica nazionale e se ciò sta avvenendo, seppur con un ritardo più che cinquantennale, gran parte del merito va a padre Flaminio Rocchi: a lui si deve la cura del volumetto stampato dall'A.N.V.G.D. su "Le Foibe di Basovizza e Monrupino" in cui si fa la storia delle uniche due foibe rimaste in territorio italiano e si ricorda la commemorazione  avvenuta il 2 novembre 1959 in occasione della loro chiusura, quella di Basovizza con una pietra tombale di 90 metri quadrati e quella di Monrupino con una pietra tombale di 150 metri quadrati di superficie, a sigillare le più grandi fosse comuni presenti in Italia,  ma è bene ricordare che si è dovuto attendere altri 32 anni affinchè un Presidente della Repubblica Italiana, Francesco Cossiga, si inginocchiasse riverente ai piedi del monumento posto sulla Foiba di Basovizza: era l'11 settembre del 1992.

Dopo aver aiutato gli esuli a rifarsi una vita, dopo aver contribuito a far luce sulla loro storia, giunto quasi alla soglia dei 90 anni, è serenamente spirato il 9 giugno scorso come se il suo compito si fosse felicemente compiuto

Nonostante l'età la sua morte è giunta improvvisa. Ci aveva infatti abituato a vederlo tornare, dopo brevi degenze in ospedale, dinamico ed attivo come sempre. Ai funerali celebrati l'11 giugno di quest'anno nella Chiesa di San Marco Evangelista del Villaggio Giuliano-Dalmata in Roma, folta e commossa è stata la partecipazione della "sua" gente..

La Santa Messa è stata concelebrata dal Parroco padre Gabriele Maragno e dal Vicario Generale dell'Ordine dei Frati Minori assieme a 10 suoi confratelli. Alla cerimonia erano presenti personalmente o con un messaggio di cordoglio i principali esponenti dell'associazionismo giuliano: Aldo Clemente ex Segretario Generale dell'Opera per l'Assistenza ai profughi giuliani e dalmati, il dr. Marino Micich Segretario della Società di Studi Fiumani che ha portato le condoglianze del suo presidente dr. Amleto Ballarini e del Sindaco del Libero Comune di Fiume dr. Guido Brazzoduro, il sen. Lucio Toth presidente dell'ANVGD (Associazione Nazionale Venerai Giulia e Dalmazia) che ha salutato lo scomparso con semplici e commosse parole, l'ing. Silvio Cattalini da Udine e molte altre personalità e naturalmente il fratello Bepi Rocchi, la cognata, i nipoti che hanno costituito per lui un sicuro porto di affetti in cui vivere con serenità i suoi ultimi giorni.

Il suo ricordo rimarrà nei nostri cuori e sarebbe doveroso che, per onorarne la memoria, una strada del quartiere Giuliano Dalmata venisse intitolata a suo nome.

Vorrei concludere questo mio intervento con alcune sue parole: "Se Tito avesse instaurato un regime di tipo austriaco, saremmo rimasti. La politica non c'interessava: Mussolini, Stalin, Tito, Togliatti, De Gasperi... A noi interessava di poter continuare a vivere in una cultura latino-veneta: mio padre aveva fatto la guerra pure contro L'Italia, con la Marina austriaca, eravamo sudditi obbedienti"....  Si eravamo sudditi obbedianti: peccato che non ci fu consentito di vivere come i nostri padri guardando il nostro mare, pregando nelle nostre chiese e parlando il nostro bel dialetto veneto.


 
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