dott. Giuseppe Angelini fu Giacomo 1762-1838 
     Figlio di Giacomo Angelini (botanico, farmacista e chimico di buona levatura) e di Domenica Burla. continuò dapprima l'opera paterna nella farmacia di famiglia e,  una volta laureato a 22 anni in Giurisprudenza all'Università di Padova nel 1784, si dedicò all'avvocatura e alla magistratura, mentre già in giovane età aveva dato prova della sua propensione poetica, una delle costanti negli Angelini.

Come molti altri istriani ebbe modo nel corso della sua vita di vedere il passaggio della sua città ai regimi politici ed alle dominazioni straniere più diverse. Infatti dall'antico e glorioso dominio della Serenissima, caduta per mano del corso Napoleone nel 1797, si passò ad un governo provvisorio, poi al dominio Austriaco, grazie al tradimento di Napoleone ed alle segrete clausole del trattato di Leobon del 10 aprile 1797, per poi passare con la pace di Presburgo al Regno d'Italia (1805-09); in seguito alle Province illiriche (1809-13) ed infine il secondo periodo austriaco che del 1813 durò poi per oltre un secolo.

La sirena rivoluzionaria, come spesso accade, illuse la maggior parte della classe civile e borghese rovignese con il miraggio della conclamata "Libertè, Fraternitè, Egalitè", così successe per molti Angelini, anche se non mancò chi, come Antonio Angelini fu Angelo, uno degli eletti del Governo dei 18, rimpianse sempre "Il bellissimo governo aristocratico veneto" che pur escludeva la sua famiglia, essendo tra quelle del Popolo, dal governo politico della città.

Giuseppe fu invece un simpatizzante del nuovo verbo rivoluzionario e così sotto il loro regime svolse attività di magistrato prestando il giuramento di fedeltà al governo francese. Giuramento a cui si richiamò per rifiutare, tra l'ottobre ed il novembre del 1813, la nomina a presidente del Tribunale di 1° Istanza di Rovigno fattagli dai nuovi padroni. Le sue remore furono poi vinte dopo il Trattato di Pace di Parigi del 1814 e sino al 1816, anno in cui verrà istituito il Tribunale Civico-Provinciale a Rovigno.

Nel libro "Notizie degli Istriani viventi nel 1829 distinti per lettere, arti ed impieghi" dello Stancovich, pubblicato a cura del dr. Felice Glezer di Rovigno di lui si parla così: "Dottore, letterato, versato in poesia, avvocato, poi giudice infine preside dell'I.R. Giudizio di Prima Istanza di Rovigno sino all'attivazione dell'I.R. Giudizio Civico-Provinciale criminale nel 1816 nella medesima città. Scrisse gli argomenti dell'Orlando Innamorato del Berni (recte 'Rifacimento dell'Orlando innamorato del Boiardo'), co' quali Francesco Santini stampatore veneto accrebbe la sua edizione del 1782, ed una operetta in sestine con annotazioni biografiche e statistiche, coi tipi Marcuzzi in Venezia 1783, in difesa della patria contro le censure del ch. Ab. Prof. Spallanzani. Ha varie altre cose a stampa in prosa e in poesia; pregiato molto anche pei saggi suoi giudizi arbitramentali, e per le sue fondate cognizioni in legge".

A proposito del suo commento all'Orlando, il De Franceschi nell'Archivio Storico per Trieste, l'Istria ed il Trentino del 1838, nella Rubrica 'Appunti e Note' alla voce un 'Poeta Rovignese' così ne parlava: "L'edizione di Venezia, 1799, presso Giuseppe Rossi, dell'Orlando Innamorato rifatto dal Berni, si dice nel titolo accresciuto degli Argomenti a ciascun canto, del signor G.A., di Rovigno. Rilevando questo fatto nel periodico di Parenzo l'Istria (Anno I, n. 17), il sig. G.B. Barsan si chiedeva quale potesse essere il nome del poeta rovignese nascosto sotto quelle iniziali, pur supponendo certamente un Angelini. Rispose nel n. 23 dello stesso giornale il canonico Giuseppe Angelini, ricordando il dott. Giuseppe, suo avo paterno (n 1761, m 1834), autore delle Sestine in difesa di Rovigno contro l'ab. Spallanzani, dove egli stesso conferma d'aver composto già per l'edizione Santini del 1782 gli argomenti dell'Orlando, i quali passarono poi adesposti anche nel Parnaso Italiano dell'Antonelli (Venezia, 1834). Il nipote aggiunge che il dottor Giuseppe Angelini aveva in animo di fare altrettanto per il Ricciardetto. Dicendo tra l'altro che: "Esiste di lui ms. nell'Archivio Comunale di Rovigno una Cronaca, che narra gli avvenimenti dai primi anni di questo secolo". (1)


una delle varie edizioni arrichhite dagli
Argomenti di Giuseppe Angelini

Vi è da dire che il canonico Angelini figlio dell'i.r. Comm. Dist.le Giacomo Angelini, pur attribuendo esattamente il commento dell'Orlando al nonno, poi incorre in due errori; il primo nelle date di nascita e di morte e il secondo nel volergli attribuire delle cronache di Rovigno opera invece di Antonio Angelini fu Angelo e di Antonio Angelini fu Stefano, a meno che non abbia anche lui a sua volta non abbia scritto delle cronache patrie che però non ci sono pervenute. In effetti anche il Glezer nelle sue "Memorie di Rovigno" di lui dirà: "Giuseppe Angelini dottore, letterato, poeta, e splendore del foro di Rovigno. Raccolse molte patrie memorie ed è l'autore delle Sestine in difesa della sua città natìa". 

Il nome di Giuseppe è appunto legato ad una delle più grandi celebrità italiane del diciottesimo secolo, l'abate Lazzaro Spallanzani, contro il quale scrisse le su menzionate Sestine in difesa di Rovigno, che suscitarono molto scalpore, e con le quali intendeva difendere la sua città natale dalle roventi accuse di barbarie scagliate dal celebre fisiologo.

Lo Spallanzani, giunto a Rovigno per raccogliere vari campioni di pesci, alghe e crostacei, per arricchire il Museo dell'Università di Padova, era capitato con ancora vive le eco della vera e propria sommossa popolare, cioè nel 1782 quando si era appena concluso il processo "del furor popolare nato nel dì 10-20 di maggio dell'anno decorso (1781)". Lo Spallanzani, ospitato con tutti gli onori in casa Costantini, scriveva in una lettera pubblicata sugli 'Opuscoli su le Scienze ed Arti' il seguente aspro atto d'accusa contro la città:

"Rovigno, piccola città dell'Istria, la quale volendola paragonare a Chiozza si può chiamare un paese della Lapponia o degli Irochesi per l'intrattabile genio degli abitanti, che esser non possono più selvatici, più indocili, più fieri, e che sentono veramente la natura dello scoglio su cui son nati. Malgrado però quel resto d'antiche barbarie, io fui ammesso in una Casa, dove si raccolgono guegli Arcipochissimi, ch'anno qualche senso d'umanità e gusto di lettere, introdottovi dal Patrone istesso, Signore, che agli studi della Giurisprudenza, ne' quali è versatissimo, accoppia la più estesa, e la più amena letteratura, e che alle doti dello Spirito unendo quelle del Cuore, è tutto zelo, tutto trasporto per secondare le lodevoli voglie degli Amici, questo è il Sig. Avvocato Pier Francesco Costantini".

A siffatte accuse, Giuseppe Angelini rispondeva con i 306 versi delle sestine, mentre il dotto ed acuto Vescovo di Cittanova, D. Stratico, rispondeva con una famosa e sdegnata lettera, pubblicata dal Glezer e fornitagli da Pietro Angelini fu Giacomo (fratello del can. Giuseppe Angelini). Nella prefazione alle Sestine il Nostro così commentava la polemica con lo Spallanzani: "La disavvantaggiosa descrizione di questo Paese esposta al Pubblico dal Suddetto merita certamente l'universale disapprovazione. Qualunque Cittadino alla vista degli insulti fatti alla Patria, forz'è che ne sia sdegnoso, e si maneggi a più potere per liberarnela. Espongo alla luce queste poche Sestine che daranno con fatti palpabili un'idea opposta ai sentimenti del Suddetto Abbate... atteso che un vero figlio non può compiacersi d'esser innalzato dall'altrui lodi a costo della deiezion della Madre."

Per capire meglio la dinamica degli eventi che fornirono l'esca alle accuse dello Spallanzani ed alle successive difese dell'Angelini e dello Stratico, riporto qui di seguito la cronaca, così come viene fatta dallo storico Bernardo Benussi nella sua Storia documentata di Rovigno:

"Ma ben più serio e di tristi conseguenze fu il cosidetto fatto degli sbirri, accaduto nel seguente anno 1781 nel giorno di sabato 19 maggio. In quel giorno erano giunti a Rovigno alcuni zingari con degli animali da vendere. Gli sbirri, non avendo potuto gli zingari giustificarsi del come si trovassero in possesso di quegli animali, li arrestarono e sequestrarono loro le bestie. Il popolo, che intanto in buon numero s'era affollato intorno ai litiganti, quando gli sbirri si diressero verso il palazzo pretorio, li seguì per vedere qual fine avrebbe la disputa. Ma gli sbirri, giunti nella corte del palazzo, vollero chiudervi la porta; il popolo tentò di opporsi, e non essendovi riuscito, si diede a sforzare l'ingresso. Allora gli sbirri fattisi alla finestra, fecero fuoco sulla gente che stava dabbasso, ed uccisero un povero famiglio che accidentalmente passava per di là recandosi a casa sua. Il comportamento della sbirraglia e più ancora l'uccisione del famiglio innocente, inasprì siffattamente l'animo degli astanti, che lanciarono una pioggia di sassi contro le finestre del palazzo rompendo le invetriate. Gli sbirri intanto non cessavano dal fuoco ferendo due altri popolani. Alla vista del nuovo sangue, alle grida dei caduti, il furore popolare non conobbe più limiti. Furibondi gridavano vendetta: ed accumolate legna e fascina dinanzi al portone del palazzo vi appiccarono il fuoco. Poi, mutato consiglio, spensero il fuoco e con le mannaie si diedero a tempestare il portone, che finalmente cedette ai loro colpi. Entrati nella corte, tolsero gli animali sequestrati; e se per allora non accaddero mali peggiori, lo si dovette all'intromissione d'influenti cittadini, e poi al calar della notte, la moltitudine alquanto abbonita, prese a rincasare. Non tutti però; chè i più violenti, stettero l'intera notte in vedetta. Alla mattina seguente, com'era purtroppo da attendersi, il tumulto si rinnovò con violenza maggiore. I tumultuanti si presentarono dal Podestà chiedendo la consegna degli sbirri colpevoli d'aver fatto fuoco sul popolo. La consegna fu loro rifiutata; ed allora essi, non più badando alle ingiunzioni del pubblico Magistero, si diedero a perquisire il palazzo, e sciaguratamente scopersero quegli infelici, che stavano rintanati nelle camere sotterranee. Due di essi furono colà immediatamente trucidati, furono uccise due delle loro donne, fu ucciso anche il Cavaliere di Corte (il boia). Altro sbirro ch'era riuscito a fuggire, venne raggiunto, ricondotto al palazzo, massacrato e poi precipitato dalla finestra. Ed allora appena fu sazia la sete di vendetta.... Il Consiglio dei Dieci si rivolse al Senato domandandogli le forze per castigare i colpevoli. Il Senato mise a disposizione dei Dieci il Capitano de Golfo S.E. Andrea Renier con tutta la squadra, la quale infatti ai 14 settembre gettò l'ancora nel porto di Rovigno. Constava di tre galere, 2 grosse galeotte ed uno sciambecco; ai quali s'aggiunseri altro sciambecco ed una feluca. In tutti 8 legni da guerra. La città venne occupata militarmente, e nei posti più importanti furono collocati forti corpi di guardia. Il Capitano del Golfo ordinò quindi il disarmo della popolazione, e proibì di portare qualunque tipo di arma da fuoco, da taglio, da punta, e l'uscire di notte. Ed allora appena si potè procedere agli arresti; e furono arrestati non solo i colpevoli per l'uccisione degli sbirri, ma anche numerosi altri malviventi, e banditi che sino a quel giorno erano andati impuniti... Il processo, assunto dagli Inquisitori di Stato, terminò nel settembre dell'anno 1782".

Mentre Pier Antonio Biancini nelle sue "Cronache di Rovigno" così descriveva l'inesorabile, seppur tardiva, punizione della legge veneziana:

"In questa mattina furono appiccati alle forche fra le due colonne di S. Marco, Z. Franco capo delle cernide e Marco Rocco, i quali erano stati la notte antecedente strozzati nelle carceri, tenendo appeso al petto il cartello colle parole PER GRAVI COLPE DI STATO. Le due donne fatte star un'ora in ginocchio con candella accesa a rimirar i due infelici strozzati, ed all'ora di terza gli altri sette rei furono incatenati, fatti passar sotto le forche. Quattro, cioè Curto, il figliastro di Agon, Brazzetti e Marcolin passarono subito in galera, Tebe e Taciovagià furono messi nei forni, la Bichiacchi non si sa ove sia; Giocadin nei camerotti, e la gobba Civil nei camerotti".

Antonio Angelini fu Stefano nel suo Repertorio alfabetico delle Cronache di Rovigno aggiunge un macabro particolare sull'uccisione del terzo zaffo, quello defenestrato: "La cronaca scritta non lo dice, ma si sa per tradizione che una donna del popolo, della famiglia Bicchiacchi, gli tagliò lo scatapocchio, e glielo pose in bocca, coll'ironico motto: tò pippa adesso. Tanto gli animi erano inferociti. Orrore, confusione, e spavento in quei nefasti giorni".

Le Sestine vennero stampate a Venezia nel 1783 per i tipi dell'editore Marcuzzi, constano di 20 pagine, una ormai rara copia è conservata nella Biblioteca Civica di Trieste. Le Sestine costituiscono una specie di storia apologetica di Rovigno, corredate da abbondanti note biografiche e statistiche di discreto pregio, anche documentaristico. Baccio Ziliotto nelle sua 'Storia letteraria di Trieste e dell'Istria' così ne parla: "Notevoli per forbitezza di stile e per calore sono le Sestine in difesa di Rovigno, che il Rovignese Giuseppe Angelini stampò nel 1783 contro il celebre naturalista abate Spallanzani, il quale aveva espresso severissimo giudizio sull'indole e sulla civiltà di quegli abitanti".

Il Nostro svolse inoltre in uno dei momenti topici della vita di Rovigno una parte non secondaria, nel trapasso dal plurisecolare dominio veneto a quello austriaco che sarebbe durato sino alla 1° Guerra Mondiale, passando per la breve parentesi napoleonica. Infatti risultò uno degli eletti del così detto Governo dei 18, costituito l'11 giugno 1797 con il suffragio universale di tutti i capi famiglia di Rovigno.

Il 12 giugno 1797, la Municipalità di Rovigno licenziò l'ex Podestà veneto Lorenzo Balbi "a cui se gli approntò una barca apposita dalla Municipalità" perchè fosse trasportato a Venezia. Ma già il 14 dello stesso mese entrava a Rovigno il corpo austriaco d'occupazione al comando del conte Klenau. Le truppe austriache furono accolto da una massa di popolo che ostentava le coccarde tricolore e dagli eletti del Governo dei 18 cinti da fascia tricolore. Gli austriaci con molta saggezza confermarono in blocco il neo eletto governo contribuendo così a placare gli animi dei rovignesi che provvidero a sostituire le coccarde tricolori con i più innocui colori istriani (blù e naranzon). Subito dopo si costituì una delegazione della città per recarsi nella città di Capodistria con le richieste e le attese della nuova Municipalità (Memoriale 18 giugno 1797) da consegnare al plenipotenziario austriaco Conte di Thurn. Tale memoriale è firmato dal Presidente Francesco da Pas e dal Segretario della Municipalità Iseppo (Giuseppe) Angelini che era entrato nella Municipalità in qualità di Magistrato alla Sanità assieme ai cittadini dr. Pierantonio Biancini (l'autore delle Croniche) e Carlo Basilisco.

Sempre nella veste di Segretario della Municipalità redasse gli Atti della Municipalità di Rovigno Anno 1797. Non pare che le richieste della cittadinanza sortissero buon effetto, soprattutto per quelle principali del Porto franco, della costituzione di Rovigno a capitale della provincia e dell'integro mantenimento del Governo liberamento eletto dai cittadini. A farne le spese fu proprio il Nostro, sostituito su iniziativa del Conte di Thurn dall'incarico di Magistrato alla Sanità con il signor Francesco Benussi, in quanto ritenuto dagli austriaci poco affidabile per il loro governo (7 luglio 1797).

Come abbiamo visto, durante il periodo napoleonico svolse attività di magistrato a Rovigno ed in seguito a reiterati inviti del governo austriaco, che evidentemente non aveva più remore ad un suo impiego nell'amministrazione pubblica, fu nominato Presidente del Tribunale di Prima Istanza di Rovigno, carica che ricoprì da fine 1813 al 1816.

Il 25 novembre 1787, da poco laureato, per difendere il viceconsole d'Inghilterra signor Leonardo Maraspin dall'aggressione del nipote, rimediò una coltellata in pieno volto che gli lasciò un taglio lungo sei dita e lo privò della vista di un occhio, l'aggressione si rivelò ben più grave per il povero Maraspin che a seguito delle ferite riportate spirò.

Ritroviamo Giuseppe Angelini nel 1801, quando interveniva con decreto da Capodistria, presso il Tribunale giudiziale per far rilasciare in libertà due condannati in S. Andrea, e più tardi ancora, impegnato in varie ambascierie per parte della sua città. Morì il 23 giugno 1838 a settantasei anni praticamente cieco dato che alla giovanile cecità di un occhio, in vecchiaia perdette l'uso anche dell'altro.


  N  O  T  E 

(1) Gli Argomenti composti in versi da Giuseppe Angelini a commento dell'Orlando Innamorato nel rifacimento del Berni ebbero una crta fortuna venendo ristampati, a quanto mi risulta, in almeno 5 diverse edizioni:

a) Orlando Innamorato composto dal signor Matteo Maria Bojardo Conte di Scandiano, e rifatto da M. Francesco Berni,  diviso in due tomi. Quarta edizione accresciuta degli argomenti a ciascun canto del signor G.A. di Rovigno.
In Venezia MDCCLXXXII. Presso Francesco Santini. Engraved frontispiece to vol. 1;
b) Orlando innamorato composto dal signor Matteo Maria Bojardo conte di Scandiano e rifatto da M. Francesco Berni diviso in due tomi. Quinta edizione /accresciuta degli argomenti a ciascun canto del signor G.A. di Rovigno - In Venezia presso Giuseppe Rossi qu. Bortolo, 1799;
c) Orlando Innamorato composto dal signor Matteo Maria Bojardo Conte di Scandiano, rifatto da M. Francesco Berni,  cogli argomenti a ciascun canto. Bassano: Nella Tipografia Remondiniana, 1803 2 vols. Ed. by L.I. Argomenti for each canto are by G.A. Rovigno. in R.;
d) Poemi romanzeschi. Morgante Maggiore. Orlando Innamorato. Ricciardetto. Milano: Nicolò Bettoni, 1830. Vol 5 of the "Biblioteca Enciclopedica Italiana" O. I. di Matteo M. Bojardo rifatto da M. Francesco Berni,  pp. 215-480.
Text is followed by "Argomenti ai canti dell'Orlando Innamorato" in verse by G.A. di Rovigno, pp. 481-86. Vol. has a general introductory note by A.M. In Aless, B. Est.
e) nel Parnaso Italiano dell'Antonelli escono gli argomenti in ottave ai canti dell'Orlando Innamorato (nel rifacimento del Berni) opera del dot. Giuseppe Angelini (1762-1838)"co' quali Francesco Santini stampatore veneto accrebbe la sua edizione del 1782" ed uscite abusivamente adesposte in varie altre edizioni, 1834.

Per le note a - b e c vedi Matteo Maria Boiardo: A Bibliography of Works and Criticism from 1487-1980 di Julius A. Molinaro in Biblioteca di Quaderni d’italianistica, 1984

(2) "Suscitarono molto scalpore le sue Sestine in difesa di Rovigno contro il Sig. Abate Lazzaro Spallanzani, Venezia 1783, con le quali intese difendere la sua città natale dalle roventi accuse di barbarie, scagliate dal celebre fisiologo a carico di tutti gli abitanti, anzichè della sola plebaglia ammutinatasi nel 1782 contro le vessazioni fiscali, veramente spietate. Il poeta esalta di rimando le preclare virtù del popolo laborioso, coraggioso e patriottico ed enumera tutti gli intellettuali della città istriana. Giuseppe aveva dato prova d'ingegno poetico già da ragazzo, premettendo gli argomenti in ottave ai canti dell'Orlando Innamorato rifatto dal Berni, comparsi nell'edizione veneziana del 1799, presso G. Rossi. Essi passarono poi abusivamente adesposti d'una in altra edizione, fino al Parnaso Italiano dell'Antonelli (1834). Esisteva nell'Archivio comunale di Rovigno, nè sappiamo se ancora ci si trovi, una sua Cronaca ms. degli avvenimenti locali del primo ottocento. Laureato in giurisprudenza, Padova 1787, fu avvocato, giudice, uomo politico.
FONTI: G. Picciola, Poeti dell'Italia redenta, Firenze 1919, e note varie" In PAGINE ISTRIANE.

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Sestine in difesa di Rovigno
Documento: lettera 18 ottobre 1813

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avv. Antonio Angelini qm Angelo 1734-1808
dott Giuseppe Angelini qm Giacomo 1762-1838
avv. Stefano Angelini qm Antonio 1768-1838
dott. Giacomo Angelini qm Giuseppe 1789-1858
Antonio Angelini qm Stefano 1798-1863
Pietro Angelini qm. Giacomo 1819-1903 ~

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