SUPERSTIZIONI

  Gianclaudio de Angelini 

Innumerevoli sono le superstizioni a cui crede (o credeva) il popolino rovignese, molte delle quali si osservano meccanicamente tanto sono entrate nel comportamento innato della gente. Riporto qui un breve componimento capodistriano in versi settenari del 1761 che fa un elenco delle cose che si riteneva portassero male, molte delle quali facevano parte anche dell'universo culturale rovignese:
El pan col cul per aria - un cortel incrosà; 
fis'cio de recia santa - frate per via incontrà; 
camisa a la roversa - scarpion sul fogoler; 
bissa che via traversa - specio in tre tochi andà; 
ziveta sul coverto - sal spanto o pur desfà, in man de un amalà;
lievro che passa el trozo - bossa d'oio che s'à spacà; 
ragno che la matina, la tela a zà filà; 
gato che zgnaula in porta - galina che canta de gal: 
xi tuti segni de un gran mal.
    
Il pane rovesciato - un coltello incrocrociato; 
fischio d'orecchia santa - un frate per via incontrato; 
camicia messa all'incontrario - scorpione sul focolaio; 
biscia che attraversa la via - specchio in tre pezzi andato; 
civetta sul tetto - sale sparso o rovinato, nella mani di un ammalato;
lepre che passa il sentiero - boccia d'olio che s'è spaccata; 
ragno che alla matina, la tela ha già tessuto; 
gatto che smiagola allo porta - gallina che canta da gallo: 
son tutti segnali di un grande male..
Molte credenze inoltre sono legate agli influssi della Luna, che hanno la capacità di influenzare tutto ciò che riguarda la crescita (in particolare della vegetazione), che deve avvenire con luna crescente.

Così anche le varie fasi del vino sono influenzate da quelle lunari e neanche l'uomo sfugge alle sue proprietà, vedi i modi di dire: taià opoûr nàsi in bon da loûna, vì la loûna stuòrta... (ovvero nascere con la luna favorevole, avere la luna storta ecc.).

Gli influssi potevano essere anche negativi, così si sconsigliava di dormire all'aperto nelle notte estive per evitare di diventar... lunatici, sonnambuli o peggio. Infatti si credeva che dormendo all'aperto in notti di luna piena si potesse contrarre la "malattia del lupo" ovvero diventare "lupi mannari".

Il tempo che mancava al parto si contava in lune, ed anche il taglio delle unghie e dei capelli, per i più superstiziosi, doveva avvenire con la luna giusta. Vi erano inoltre giorni e numeri nefasti, ad esempio il 13, il 17 ed il 21, così come il martedì ed il venerdì non erano indicati nè per sposarsi nè per partire. L'anno bisestile era considerato infausto così come la comparsa di comete o nascite mostruose erano foriere di grandi mali. Il ragno invece non veniva ucciso perchè portava fortuna: ràgno puòrta vadàgno.

Riporto qui uno scongiuro o meglio una invocazione per ottenere un parto senza complicazioni:

Venare coûrto tiermine, 
ch'el parto seîa drìto, 
ch'el fantuleîn viegna s'ceîto; 
oûn bazito soûn el lanbuleîgo, 
e in scarsiela biegna fà el feîgo
    
Venare corto termine, 
che il parto sia dritto, 
che il bambino nasca sano; 
un bacetto sull'ombelicolo, 
ed in tasca bisogna fare i fichi

Inoltre il malocchio, o strigareîa, non era una cosa sconosciuta, anzi le mamme per evitare che al loro bimbo venisse fatta una fattura, lo munivano della immancabile medaglietta di Sant'Antonio e per non sbagliare gli facevano indossare qualche indumento all'incontrario. Quando amuleti, medagliette di santi, croci ed altro ancora fallivano, allora si ricorreva al Cavalgànto o mago bianco, che magari dopo una strenua lotta con la strìga cateîva ca ga viva fato la fatoûra lo liberava del malocchio:

Par stu signo santo               
Par stu signo tondo
Par el Salvatur del Mondo
Par la Santeîsima Tarnità
Ca stu mal sa puoso dasfantà.
    
Per questo segno santo          
Per questu segno tondo
Per il Salvator del Mondo
Per la Santissima Trinità
Che questo mal possa svanire.

In tutte le attività umane, ed in particolare in quelle più soggette a rischio come la caccia, il gioco, l'agricoltura, la pesca... l'uomo rovignese, magari automaticamernte, agiva secondo dei comportamenti rituali volti ad evitare la cattiva sorte. Così non bisognava mai dire di star troppo bene, salvo chiamarsi da solo sfortuna, e se lo si faceva si facevano degli scongiuri: stu ano, i ma tuco el naz, nu iè boû oûn rafradur. Oltre al toccarsi il naso altre forme di scongiuro erano tucà fièro, lìgno o tucàse i tundeîni ecc. ecc.

I giocatori inoltre non volevano nessuno alle loro spalle perchè, anche se questi era una persona amica, l'influsso anche involontariamente avrebbe potuto essere negativo. Quando perdevano, facevano tre giri intorno la sedia, oppure bruciavano in tondo un fiammifero sopra le carte da gioco, si giravano la berretta ponendo la visiera verso la nuca ed altri consimili rituali sempre per allontanara la jella..

Pescatori e marinai poi non volevano assolutamente a bordo donne e animali, e neanche si doveva accennare in alcun modo a questi ultimi o dirne il nome, in particolare modo non si dovevano nominare nè gatti nè lepri. Inoltre i delfini, e specialmente quelli bianchi, erano considerati forieri di sventura. I vecchi pescatori ritenevano inoltre che nei delfini particolarmente voraci e dispettosi s'incarnessero le anime dei morti annegati e si potrebbe continuare all'infinito.

Un'altra superstizione popolare era quella del faleî o zbalgià del crièdo, cioè i neonati a cui nell'atto del battesimo la formula del Credo veniva sbagliata si riteneva che potessero parlare con i morti e predire il futuro: sulo quii ca zì zbalgiadi nel criedo vido e faviala cui dafoûnti, e sulo luro lezi li carte cun vira virità.

Non mancava la credenza in spiriti o folletti come quello del mazaròl folletto alto più o meno 30 cm, robusto e gioviale, noto per gli scherzi che organizzava alle spalle dei contadini soprattutto durante il periodo della semina o del raccolto. Uno dei suoi tipici scherzi era quello di scompigliare la criniera o di legare tra loro le code dei cavalli, oppure di montare loro in groppa cavalcandoli per tutta la notte, facendoli poi ritrovare il giorno dopo in stalla madidi di sudore. Si credeva che uno dei suoi divertimenti fosse quello di disturbare le notti d'amore dei freschi sposini. Ad Orsera viene descritto come: un omo picio, ma grosso, duto vestì de rosso, co 'na calota rossa in testa. Sempre nella regione veneta è conosciuto anche il Mazarül, folletto più tranquillo ma assai goloso. Vedi anche questa gustosa strofetta in veneto-istriano:

Massariol massariol,
piè de galo, ocio de bò,
che tu pare no te pol,
e tu mare no te vol.
    
Massariol massariol, 
piede di gallo, occhio di bue,
che tuo padre non ti può, 
e tua madre non ti vuole.
Vi era inoltre la pazaròla entità malefica che di notte gravava sui dormienti, provocando incubi e sonni agitati. Chiaramente il nome viene dal senso di oppressione che attanaglia il dormiente in preda agli incubi, soprattutto in quelli in cui si ha la sensazione di non potersi muovere. Sia l'incubo che tale fastidiosa sensazione si credeva fossero provocati da uno spiritello malvagio, una strega o diavolo-incubo, che gravava sul petto del dormiente. Tale folletto maligno è conosciuto con vari nomi, i quali però tutti ricordano il senso di peso, vedi Fracariòl e Calcaròt dell'aria veneta, il triestino Cinciùt o le istriane Pesantole, folletti maligni e dispettosi che si divertono a danneggiare le coltivazioni oltre che a disturbare i sonni dei poveri mortali. A questo proposito il Ninni per la Fracariòla ha la seguente definizione: "Specie di strega che di notte si diletta di comprimere il petto ai dormienti. E' questa una superstizione assai radicata ne' contadini". Altro spiritello dispettoso era il beîlfo. Secondo una credenza popolare di Portole, in cui Bilfo vale stregone, un Bilfo vero nasce il venerdì delle tempora, mentre un bilfo semplice nasce il mercoledì od il sabato delle tempora. Ad Umago "El Bilfo, dito anca 'orco' o 'lovo', xe un strigo assai cativo, che ghe piasi el sangue del cristian". A Rovigno i bambini dispettosi ed "indiavolati" venivano beneficati simpaticamente da tale attributo: queîl beîlfo ma faruò pierdi la pasiensa: quel bambino troppo vivace mi farà perdere la pazienza. Interessante anche la possibile etimoloia dalla voce nordica elfo, silfo, forse da un Bis, due volte + elfo.

I bambini più piccoli credevano, o facevano finta di credere, alla
malandreîna una fatina che secondo la tradizione popolare veniva a prendere i dentini caduti ai bambini ponendo al loro posto dei doni. I bambini cioè mettevano il loro dentino o su di un piattino o sotto il cuscino, speranzosi di trovare un dono al loro risveglio. Era una simpatica favoletta che serviva a compensare la caduta dei dentini da latte. Vedi la seguente formuletta che diceva il bambino nel riporre il dentino sotto il cuscino: 

Malandreîna,
Ciù stu dento, dame uoro o arzento.
Sa ti nu puoi dame uoro o arzento,
Dame indreîo el mieîo dento.
    
Malandrina, 
Prendi questo dente, dammi oro ed argento.
Se non puoi darmi oro od argento, 
Dammi indietro il mio dente.

Più che oro o argento i bimbi trovavano al più qualche soldino, ma visto i tempi era già abbastanza a far loro tornare il sorriso... anche con un dentino in meno.

Vi erano poi superstizioni e credenze legate all'andamento futuro dell'anno. A tale proposito una data signficativa era quella del 25 gennaio, giorno di San paolo:
"Da li calenbre nu ma na incoûro, basta ca Paulo nu viegno a scoûro: delle calende non me ne curo, basta che il giorno di S. Paolo non venga scuro, non vi sia brutto tempo. Si traeva auspicio per i futuri dodici mesi dell'anno, dal tempo che avrebbe fatto in determinati giorni, o nelle due serie di 12 giorni antecedenti il 25 di gennaio, o nei dodici giorni antecedenti il Natale. Se però gli auspici erano infausti si ricorreva al giorno di S. Paolo a cui veniva data l'ultima parola, cosicchè era detto anche S. Paolo dei Segni, vedi anche il proverbio istriano: San Paolo dei segni: piova: epidemia; caligo: carestia.

Sempre a tale proposito, ad attestare quanta fosse antica questa credenza, il Sanuto nei suoi Diari, alla data del 25 gennaio 1490 riporta il seguente detto in latino:

Clara dies Pauli largas fruges indicat annui;
si nix vel pluvia, designat tempora cara;
si fuerint venti, designat proelia genti;
si fuerint nebulae, pereunt animalia quaeque.

Inoltre, sempre nel veneto, i giorni di gennaio antecedenti a San Paolo, erano detti "zorni endegari" ovvero "giorni indicatori" dato che fornivano l'indicazione degli elementi di predizione del tempo futuro, però il 25 gennaio era sempre quello decisivo:
gea
No me curo de l'endegaro,
se'l dì de San Paolo
no xè nè scuro nè ciaro.
§    
Non mi curo dell'endegaro,
se il giorno di San Paolo
non è nè scuro nè chiaro.

Altra data significativa era il 24 giugno, giorno di San Giovanni che anche a Rovigno aveva una sua valenza magica, almeno nelle credenze del popolino, infatti tale notte era indicata per compiere sortilegi, o cercar di sapere il futuro. In particolare a Rovigno come ci racconta il cronista Antonio Angelini, nella festa di San Giovanni Battista, la notte del 24 giugno, in particolare presso l'omonima chiesetta tenuta in Jus patronato dalla famiglia Angelini: "Una volta e sino all'epoca francese anche qui tutta la notte della vigilia di questo Santo si suonavano a festa le campane del Duomo, e si facevano baldorie di popolo, e dalle ragazze si giuocava in varie prove, non senza odor di superstizione, la ricca o povera condizione del loro futuro fidanzato: gioco che sebbene non più generalm.e usasi come una volta, pure tanto qui che in altri luoghi dell'Istria da talune si pratica". Una traccia di questa antica usanza è questa tradizionale strofetta istriana:

San Giuvani Batista
Apostolo Evangelista
Protetor de le vedovele
Paron de le donzele
Vù che semenè per tuti
Semenè anca par mi
Che doman savarò
Chi sarà mio marì.
       § San Giovanni Battista
Apostolo Evangelista
Protettore delle vedovelle
Patrono delle fanciulle
Voi che seminate per tutti
Seminate anche per me
Che domani saprò
Chi sarà mio marito.

Un'altra tipica tradizione erano i fuochi di San Giovanni, che al solito avevono lo scopo di allontanare i cattivi influssi di questa notte particolare, uno dei punti nodali del calendario astrale: La nuoto da San Zuvane a sa bruzava faseîne da mangreîz: la notte di S. Giovanni si bruciavano fascine di elicrisi.

Altra santa molto invocata era Santa Barbara che, in collaborazione di San Simone, scansava il pericolo di venir fulminati:

Santa Barbara e San Simon, dalibarende da stu ton,
Dalibarende da sta saìta, Santa Barbara banadìta.
     § Santa Barbara e San Simone, liberateci da questo tuono,
Liberateci da questa saetta, Santa Barbara benedetta.
 
Come invocazione delle più o meno giovine "zitelle" vedi anche il detto rovignese: San Veî, mandime oûn bon mareîn; San Mudiesto, mandimalo priesto; Santa Crisènsia, s'el zì cateîvo, c'abia pasiènsa (i fàgo sensa): san Vito, mandami un buon marito, San Modesto, mandamelo presto, Santa Crescenzia, se è cattivo che abbia pazienza (faccio sensa). E' significativa che questa terna di santi sia esattamente quella dei tre santi patroni della città di Fiume: San Vito, San Modesto e Santa Crescenzia... chissà forse qualche fanciulla rovignese andava nella città quarnerina a trovare marito!
 
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